Nel 1909, a Caxias do Sul, nel sud del Brasile, un giornale cattolico per i coloni italiani pubblicava dialoghi in veneto. In uno, un personaggio si lamentava: «dopo che semo vignisti in tel Brazile ghemo desmentegá tutto». Da quando siamo venuti in Brasile abbiamo dimenticato tutto. I figli, poi: «Sti fioi pó i vien su come tanti zucchi», crescono zucconi; parli loro dei santi e «cosa sai luri?», cosa ne sanno? «Luri i va in Cesa, ma […] Dio sa aonde che i pensa»: vanno in chiesa, ma Dio sa a cosa pensano. «Tel […] facon», al coltellaccio, e «in tel balo», al ballo.
Non aveva dimenticato tutto. Parlava il veneto delle colonie, quello da cui è nato il Talian, che un secolo dopo il Brasile avrebbe riconosciuto come parte del suo patrimonio.
Dall’emigrazione italiana sono nate diverse varietà di lingua. Tra le più note ci sono il Talian nel sud del Brasile, l’italo-americano degli Stati Uniti, l’italo-australiano e il Cocoliche del Río de la Plata, la lingua mista degli immigrati, oggi quasi scomparsa. Il Lunfardo di Buenos Aires e Montevideo invece non è una lingua degli emigrati: è un lessico che ha preso molte parole dall’italiano e dai suoi dialetti, parecchie dal genovese.
In 30 secondi
- Chi partiva tra Otto e Novecento parlava soprattutto dialetto. Tra il 1876 e il 1976 sono partiti dall’Italia poco meno di 26 milioni di persone (Treccani).
- Talian: koinè su base veneta nata nelle colonie del Rio Grande do Sul dal 1875, con prestiti dal portoghese. Dal 2014 è “Referência Cultural Brasileira”.
- Italo-americano e italo-australiano: dialetto o italiano con molte parole inglesi adattate, come giobba (job) e carro (car), presenti in tutti e due.
- Cocoliche e Lunfardo sono cose diverse: il primo era la lingua mista degli immigrati, il secondo è un gergo di Buenos Aires e Montevideo, entrato nel tango.
- Gli italiani arrivati a Londra dopo il 2008 cambiano lingua più di rado dei vecchi emigrati e inseriscono singole parole inglesi, soprattutto del lavoro e della vita sociale (studio del 2023).
Che lingua parlava chi partiva?

Nel 1861, all’Unità, l’italiano lo parlava una minoranza: circa il 2,5% della popolazione secondo Tullio De Mauro, il 9,5% secondo Arrigo Castellani. La lingua di casa era il dialetto.
Fu questa Italia a partire: tra il 1876 e il 1976 lasciarono il Paese poco meno di 26 milioni di persone. La Treccani la descrive come un’emigrazione «fondamentalmente dialettofona», a lungo in larga parte di analfabeti, che fino agli anni Quaranta «trasferì non tanto l’italiano quanto i molti dialetti».
All’estero il dialetto di casa non bastava: un contadino veneto poteva ritrovarsi accanto a un lombardo, e tutti e due dovevano farsi capire dal commerciante brasiliano o dal caposquadra americano. Gli studiosi descrivono quello che succede con alcuni nomi precisi:
- koinè: una lingua comune, accettata da tutta una comunità al posto delle parlate locali (Vocabolario Treccani). Nell’emigrazione nasce mescolando dialetti diversi;
- prestito: una parola presa da un’altra lingua, così com’è oppure adattata a suoni e desinenze dell’italiano, come rosbif da roast-beef (Treccani);
- calco: si copia la struttura di una parola straniera con parole proprie, come pallacanestro da basket-ball (Treccani);
- code-switching, o commutazione di codice: il passaggio da una lingua all’altra nello stesso discorso (Treccani).
Talian: come un veneto d’emigrazione è diventato patrimonio del Brasile
Nel 1870 la Provincia del Rio Grande do Sul creò le colonie Conde d’Eu e Dona Isabel, nel 1875 quella che sarebbe diventata Caxias: oggi sono le città di Garibaldi, Bento Gonçalves e Caxias do Sul. I primi coloni arrivarono alla fine del 1875, per lo più dal Nord Italia; fino al 1914 ne entrarono nello Stato tra 80.000 e 100.000 (Università di Caxias do Sul).

Secondo gli studi di Vitalina Frosi e Ciro Mioranza, il 54% veniva dal Veneto, il 33% dalla Lombardia, il 7% dal Trentino-Alto Adige, il 4,5% dal Friuli-Venezia Giulia. I lotti si assegnavano in ordine di arrivo, così famiglie di regioni e dialetti diversi si ritrovavano vicine.
Da quel miscuglio, con pochi contatti con il portoghese, si formò una koinè su base veneta, che sembra vicina al veneto di Vicenza, Padova e Verona (Guzzo, 2022). Col tempo entrarono le parole portoghesi, per cose che in Italia non c’erano. Il giornale di Caxias, nato nel 1909 come La Libertà, mostra il momento: dialoghi in veneto e, qua e là, espressioni portoghesi come até logo, “arrivederci”.
Nel primo numero, per convincere i coloni ad abbonarsi, un personaggio diceva: «Un bon foglio é proprio necessario». In un altro dialogo un colono lo lodava perché «le un sfogio novo, che trata: prima de religion, pó de gricoltura» e «el fa saver le novitá delle colonie visine, el da a nualtri poari contadini dei boni cosegi»: fa sapere le novità delle colonie vicine e dà a noi poveri contadini buoni consigli. E in un terzo dialogo, dopo che un amico gli aveva spiegato una lettera letta a messa, un colono ammetteva: «Ben, mi, dirtelo en lingua talgiana no me mette, ma al nostro dialeto me par de aver capí tut». A dirtelo in italiano non mi arrischio, ma nel nostro dialetto mi pare di aver capito tutto.
Sullo stesso giornale, tra il 1924 e il 1925, uscì a puntate Nanetto Pipetta del frate cappuccino Aquiles Bernardi, il testo più famoso in Talian. Durante l’Estado Novo di Getúlio Vargas l’uso delle lingue straniere fu vietato, e nel 1941 La Staffetta Riograndense diventò Correio Riograndense, solo in portoghese.
Il riconoscimento è arrivato con il nuovo secolo. Nel 2009 il Rio Grande do Sul ha dichiarato il «dialeto Talian» patrimonio dello Stato, e Serafina Corrêa lo ha reso lingua co-ufficiale: nel 2022 i comuni erano almeno 20 secondo l’Università federale di Santa Maria, tra cui Caxias do Sul e Bento Gonçalves. Il 9 settembre 2014 il Talian è entrato nell’Inventario nazionale della diversità linguistica e il 10 novembre 2014 il Ministero della Cultura gli ha dato il titolo di “Referência Cultural Brasileira”. Quanti lo parlino nessuno lo sa con precisione: Guzzo (2022) riporta una stima di circa 500.000 persone.
Un testo: “La Mérica”
“La Mérica” è considerata il canto simbolo di questa emigrazione. La tradizione orale attribuisce il testo ad Angelo Giusti, emigrato nella colonia di Caxias e morto nel 1929; ne circolano versioni diverse. Ecco la prima strofa con il ritornello, nella versione pubblicata dal frate Rovílio Costa (2005):
| La Mérica | In italiano |
|---|---|
| Da l’Italia noi siamo partiti | Dall’Italia noi siamo partiti, |
| Siam partiti col nostro onore. | siamo partiti con il nostro onore. |
| Trenta sei giorni di macchina e vapore | Trentasei giorni di macchina e vapore |
| E in America siamo arrivà. | e in America siamo arrivati. |
| Merica, Merica, Merica, | Merica, Merica, Merica, |
| Cossa sarala sta Merica? | che cosa sarà questa Merica? |
| Merica, Merica, Merica, | Merica, Merica, Merica, |
| un bel mazzolino di fior. | un bel mazzolino di fiori. |
Il testo è quasi tutto italiano, con qualche forma veneta (arrivà, cossa sarala). Secondo il sito che pubblica il testo di Costa, una legge del Rio Grande do Sul del dicembre 2005 (n. 12.411) lo ha dichiarato inno ufficiale dell’immigrazione italiana nello Stato.
Parole del Talian
| Parola di partenza (lingua) | Forma in Talian | Significato in italiano |
|---|---|---|
| chinelos (portoghese) | sinele | ciabatte |
| chimarrão (portoghese) | simarón | mate, l’infuso di erba mate |
| cachaça (portoghese, forse attraverso lo spagnolo di frontiera) | caciassa | acquavite di canna da zucchero |
| facão (portoghese) | facon | coltellaccio, machete (già nel 1909) |
| galpão (portoghese) | galpon | capannone |
| barracão (portoghese) | baracon | baraccone, grande baracca |
| roça (portoghese) | rossa (con la o aperta) | campo coltivato, la terra della colonia |
| salvação (portoghese) | salvassion | salvezza |
Si vedono le regole: ch portoghese diventa s (chinelos > sinele), -ão diventa -on (facão > facon), -ção diventa -ssion. Una frase registrata da Confortin: tea rossa se piantea de tuto, nella colonia si piantava di tutto. Fonti: Ribeiro e Maggio (2019), che riprendono Confortin (1998) e il dizionario di Darcy Loss Luzzatto (2000); Guzzo (2022).
Italo-americano: perché a New York il lavoro si chiamava giobba?
Entro il 1920 erano arrivati negli Stati Uniti più di 4 milioni di italiani, e tra il 30 e il 50% tornò in Italia entro cinque anni (Library of Congress). Venivano soprattutto da Campania, Sicilia e Calabria. A Lower Manhattan a volte la gente di un intero villaggio finiva nello stesso isolato, e in parti di Mulberry Street venditori e clienti parlavano la stessa lingua, o almeno un suo dialetto.

Uno dei primi a studiare la loro lingua fu Arthur Livingston, nel 1918, in un saggio intitolato La Merica Sanemagogna: sanemagogna è son of a gun, più o meno “figlio di buona donna”. Livingston la difendeva: non era una storpiatura da ignoranti, seguiva le stesse leggi di prestito e adattamento delle grandi lingue letterarie. Un quotidiano italiano di New York, racconta, aveva provato a riscrivere gli annunci economici in italiano corretto, ma aveva smesso perché rendevano meno. Mulberry Street era Morbeda Stritto, Brooklyn era Broccolino.
Il linguista Hermann W. Haller, nella Treccani, descrive l’italo-americano come «un continuum» tra il dialetto e l’angloamericano:
- prestiti adattati: giobba (job), storo (store), parcare (to park);
- falsi amici: fattoria per factory, che vuol dire fabbrica;
- calchi: scuola alta per high school (Treccani, voce di Giuliano Bernini);
- code-switching: «andai in Italia nel ’64 – Yeah, mi piacerebbe tornare».
Sul palco la portava Eduardo Migliaccio, in arte Farfariello, nato a Cava de’ Tirreni, secondo Livingston il più popolare attore del varietà italo-americano: nelle sue macchiette l’inglese è la lengua storta, la lingua dell’amore il napoletano. Anche Giovanni Pascoli, in Italy (1904), fa parlare così un emigrante tornato: «molti bisini, oh yes […] vende checche, candi, scrima».
Dalla seconda generazione alla cultura pop
Nella seconda generazione l’italiano si restringe alla casa, nella terza resta spesso qualche parola dei nonni: l’inglese è la lingua del prestigio, l’italiano quella degli affetti (Haller).
Ma alcune parole di dialetto sono rimaste nell’inglese degli italoamericani. Il dizionario Merriam-Webster spiega che gabagool viene da capocollo, forse dal napoletano capecuollo, con due tratti dei dialetti del Sud: le consonanti sorde che si addolciscono e la vocale finale che cade. Stessa storia per agita, ansia o bruciore di stomaco, da acido, e per goombah, amico o compare, dal campano cumbà.
Da non confondere con il Brooklynese, un nome improprio per l’accento inglese di New York, legato alla classe sociale, come mostrò il linguista William Labov nel 1966. Il Brooklynese è inglese; l’italo-americano degli emigrati era dialetto o italiano con parole inglesi dentro.
Per la città di oggi c’è la nostra guida Vivere a New York; seguiamo anche Chicago, Boston e San Francisco.
Parole dell’italo-americano
| Parola di partenza (lingua) | Forma ibrida | Significato in italiano |
|---|---|---|
| job (inglese) | giobba | lavoro |
| store (inglese) | storo | negozio |
| boss (inglese) | bosso | capo, caposquadra |
| grocery (inglese) | grosseria, grussaria | negozio di alimentari |
| gang (inglese) | ghenga | banda, squadra |
| car (inglese) | carro | automobile |
| factory (inglese) | fattoria | fabbrica |
| son of a gun (inglese) | sanemagogna | figlio di buona donna |
Fonti: Livingston (1918), Haller nella Treccani (2010), Mencken (1921).
Italo-australiano: la ghèlla, la stritta e il farmista
Il 29 marzo 1951, a Melbourne, Italia e Australia firmarono un accordo di emigrazione assistita: l’Australia pagava una parte del viaggio, gli emigranti si impegnavano a lavorare due anni dove indicava il governo. Tra il 1947 e il 1976 arrivarono oltre 360.000 italiani, circa un quinto con l’accordo, secondo l’Australian Bureau of Statistics (uno studio del 2025 dà una cifra più bassa, oltre 270.000).

A Melbourne la comunità si concentrò a Carlton, intorno a Lygon Street: negli anni Sessanta una casa su tre o quattro era abitata da una famiglia italiana. A Sydney il punto d’incontro era Leichhardt, il cui centro dal 2020 si chiama ufficialmente “Little Italy”. Al censimento del 2021 i nati in Italia erano 163.326, di cui 58.081 nell’area di Melbourne e 38.762 in quella di Sydney; l’italiano è la settima lingua diversa dall’inglese più usata in casa, con 228.000 parlanti.
Gli studi sulla lingua che abbiamo letto non sono di Melbourne o Sydney, ma soprattutto di Perth, alla fine degli anni Sessanta, dei linguisti Gaetano Rando e Giovanni Andreoni. Rando contava circa 300 parole inglesi adattate e diffuse. I meccanismi:
- i verbi inglesi diventano verbi regolari in -are: faitare (to fight, litigare), pusciare (to push), scracciare (to scratch);
- le parole prendono una vocale finale e un articolo: la stritta (street), le farme (farm), il farmista (farmer). Una regola fissa su vocale e genere, nelle fonti che abbiamo letto, non c’è;
- parole italiane cambiano significato per somiglianza con l’inglese: moneta per i soldi (money), bucare per prenotare (to book), magazzino per rivista (magazine);
- la grammatica si semplifica: «Lavo le mie mani» invece di “mi lavo le mani”, per influsso dell’inglese; e il si diventa sempre impersonale, «Si vende bene i carri Fiat», «A Fremantle si compra le aragoste cippe» (cheap, a buon mercato), un errore che si sente anche in Italia ma che l’inglese one e you favorisce. Andreoni (1969) trovava frasi così perfino nelle lettere commerciali di immigrati con il liceo: «Il farmista che devi vedere è chiamato J.B.».
In una registrazione riportata da Rando (1997), una persona racconta le visite a Shepparton, nel Victoria: «Per passatempo mi piace fare il pìchinicchi e fare un bàbachiu sotto l’alberi. […] Lì abitano nelle farme, cianno delle farme di frutta». Picnic, barbecue, farm.
Alcune parole sono le stesse degli Stati Uniti: carro e sciabola (shovel, la pala) si trovano in tutti e due, nota la Treccani. E l’inglese non aveva cacciato l’italiano: nello studio di Perth giòbba la usavano 10 intervistati, lavoro 13, e diversi usavano tutte e due.
È un pidgin?
Un pidgin è una lingua di contatto semplificata che nasce tra gruppi senza una lingua comune, per commerciare o lavorare, e non ha parlanti nativi (Treccani). L’italo-australiano non viene classificato così: per Giuliano Bernini è una delle «varietà miste» dell’italiano degli emigrati, come l’italo-americano e il Cocoliche; per Rando è «una varietà dell’italiano creata dagli emigrati», con base italiana o dialettale. Se sia un codice autonomo, gli studiosi non sono d’accordo. (L’Enciclopedia Treccani online, alla voce Cocoliche, usa invece la parola pidgin.)
Se ci vivi o ci vai, trovi le pagine di Melbourne e Sydney.
Parole dell’italo-australiano
| Parola di partenza (lingua) | Forma ibrida | Significato in italiano |
|---|---|---|
| girl (inglese) | ghèlla | ragazza |
| street (inglese) | la stritta | la strada |
| rubbish (inglese) | rabbìscia | immondizia |
| farm (inglese) | farme (plurale) | fattorie |
| farmer (inglese) | farmista | agricoltore |
| cheap (inglese) | cippe | a buon mercato |
| shovel (inglese) | sciàbola | pala |
| money (inglese) | moneta | soldi (in italiano: una moneta) |
Fonti: Rando (1971 e 1997), Andreoni (1969), Treccani (1991).
Lunfardo e Cocoliche: che differenza c’è?
Nel 1887 più della metà degli abitanti di Buenos Aires, il 52,3%, era straniera (Istituto di statistica della Città). Nel 1904 nei conventillos, case d’affitto con il cortile in comune, e in altre case d’affitto vivevano 138.188 persone su 950.891. Alla Boca, racconta l’ufficio del turismo della città, si stabilì una comunità in gran parte genovese: i tifosi del Boca Juniors si chiamano ancora xeneizes, genovesi.

Dall’incontro tra italiani e argentini, scrive la linguista Ángela Di Tullio (2019), il risultato fu doppio: «una variedad híbrida —el cocoliche— y un argot urbano —el lunfardo». Una varietà mista e un gergo di città.
Il Cocoliche: la lingua di chi arrivava
Il Cocoliche era la lingua mista degli immigrati italiani che cercavano di parlare spagnolo. Giovanni Meo Zilio, nel 1964, lo definì «lengua mixta de los inmigrados italianos en el Río de la Plata»: chi lo parlava non si rendeva conto di usare una lingua diversa dall’italiano o dallo spagnolo. Era la lingua della prima generazione; i figli parlavano già lo spagnolo del Río de la Plata.
Il nome viene da un personaggio comico che la compagnia dei fratelli Podestá aggiunse nel 1890 al dramma Juan Moreira. Secondo le memorie di José Podestá, l’attore Celestino Petray imitava un lavoratore italiano: per la Treccani un calabrese, Antonio Cuccolicchio; per Meo Zilio il personaggio era napoletano e il cognome incerto. Da lì l’immigrato italiano diventò la figura centrale del sainete, la commedia popolare argentina. Oggi il Cocoliche è una varietà «prácticamente desaparecida», scrive Di Tullio: praticamente scomparsa.
Un testo d’epoca è un sonetto ambientato a Montevideo, pubblicato nel 1901-1902 su una rivista milanese con la traduzione dell’autore. Chi parla, Guido, se la prende con gli italiani che dopo quattro giorni fanno i criollos, e si vanta del suo italiano: ma parla lui stesso mezzo spagnolo, senza accorgersene. La studiosa Felisa Bermejo (2021) lo considera una ricreazione letteraria del Cocoliche:
| Cocoliche (1901-1902) | Traduzione dell’autore |
|---|---|
| Mi dann’ asco, caramba, certi tali | Mi fanno schifo, per bacco, certi tali |
| Che dispoi quattro dia che son gegati, | che dopo quattro giorni che sono arrivati |
| Voglion far da creoggi rematati | vogliono fare da creoli consumati, |
| Ed ablano un idioma da animali. | e parlano un idioma da animali. |
Parole del Cocoliche
| Parola di partenza (lingua) | Forma in Cocoliche | Significato in italiano |
|---|---|---|
| llegados (spagnolo) | gegati | arrivati |
| criollos (spagnolo) | creoggi | criollos, nati nel Paese |
| hablan (spagnolo) | ablano | parlano |
| olvidados (spagnolo) | olvidati | dimenticati |
| niño (spagnolo) | nigno | bambino, figlio |
| muchacho (spagnolo) | muciaccio | ragazzo |
| sin embargo (spagnolo) | sinimbargo | tuttavia |
Fonte: il sonetto del 1901-1902, analizzato da Bermejo (2021). Dizionari del Cocoliche non ne esistono, nota Di Tullio: quasi tutto quello che sappiamo viene da teatro e letteratura.
Il Lunfardo: un lessico, non una lingua
Il Lunfardo è un insieme di parole di origini diverse usate in alternanza con quelle dello spagnolo comune, ed è ancora vivo nel parlato di Buenos Aires (Di Tullio). Lo studioso Oscar Conde lo dice così: non si può parlare in lunfardo, al massimo si parla con il lunfardo. Le prime testimonianze scritte, dal 1878, parlano del “dialetto dei ladri”, ma già nel 1887 un articolo lo mette in bocca a giovani di quartiere che ladri non erano.
Il nome viene probabilmente da lombardo, che in alcuni dialetti italiani aveva preso il senso di “ladro”; come ci sia arrivato è discusso. E non è tutto italiano: ci sono parole dal gergo spagnolo, dal francese, dal portoghese. Le voci italiane però sono tra le più caratteristiche.
Il lunfardo entrò nel tango nel 1916 con “Mi noche triste” di Pascual Contursi, che Carlos Gardel incise nel 1917: «Percanta que me amurastes / en lo mejor de mi vida». Amurar, abbandonare, viene dal genovese amurrà secondo lo studioso José Gobello. Il tango di Argentina e Uruguay è patrimonio immateriale dell’UNESCO dal 2009; a Buenos Aires c’è dal 1962 l’Academia Porteña del Lunfardo, e dal 2000 il 5 settembre è il Día del Lunfardo.
Trovi le pagine di Buenos Aires e Montevideo.
Parole del Lunfardo
| Parola di partenza (lingua e dialetto) | Forma lunfarda | Significato in italiano |
|---|---|---|
| lavuro (dialetti italiani) | laburo | lavoro |
| baccan (genovese, “padrone”) | bacán | uomo ricco |
| mina (gergo italiano) | mina | donna |
| mangiare (italiano; genovese mangiá) | manyar | mangiare; capire, accorgersi |
| scabbio (gergo genovese e milanese, “vino”) | escabiar | bere alcolici |
| funzi (genovese, “cappelli” in gergo) | funyi | cappello |
| muffa (italiano) | mufa | muffa; malumore |
| cetrúlo (napoletano) | chitrulo | sciocco, citrullo |
Fonti: Diccionario de la lengua española della RAE (laburo, mina, mufa); Casas (1991), che riprende i dizionari di José Gobello.
Come si parlava in una colonia veneta del Brasile nel 1910?
Quello che segue è un dialogo immaginario. Checo e Nane, due coloni vicino a Caxias, prendono il nome dai personaggi di un dialogo pubblicato su La Libertà nel 1909. Le battute sono montate con frasi e parole citate sopra: i dialoghi del giornale, il canto “La Mérica” e il lessico raccolto dagli studiosi del Talian (in parte registrato più tardi).
Checo: «Le un sfogio novo, che trata: prima de religion, pó de gricoltura.»
[È un giornale nuovo, che parla prima di religione, poi di agricoltura.]
Nane: «Un bon foglio é proprio necessario.»
[Un buon giornale è proprio necessario.]
Checo: «El fa saver le novitá delle colonie visine, el da a nualtri poari contadini dei boni cosegi.»
[Fa sapere le novità delle colonie vicine, dà a noi poveri contadini dei buoni consigli.]
Nane: «Ben, mi, dirtelo en lingua talgiana no me mette, ma al nostro dialeto me par de aver capí tut.»
[Bene, io a dirtelo in italiano non mi arrischio, ma nel nostro dialetto mi pare di aver capito tutto.]
Checo: «Dopo che semo vignisti in tel Brazile ghemo desmentegá tutto.»
[Da quando siamo venuti in Brasile abbiamo dimenticato tutto.]
Nane: «Sti fioi pó i vien su come tanti zucchi. Cosa sai luri?»
[Questi figli crescono zucconi. Cosa ne sanno?]
Checo: «Luri i va in Cesa, ma Dio sa aonde che i pensa: tel facon, in tel balo…»
[Loro vanno in chiesa, ma Dio sa a cosa pensano: al coltellaccio, al ballo…]
Nane: «Trenta sei giorni di macchina e vapore… Tea rossa se piantea de tuto.»
[Trentasei giorni di macchina e vapore… Nella colonia si piantava di tutto.]
Checo: «Cossa sarala sta Merica?»
[Che cosa sarà questa Merica?]
Nane: «Un simarón, Checo?»
[Un mate, Checo?]
Checo: «Até logo, Nane.»
[Arrivederci, Nane.]
Il veneto del 1909 è quello dei collaboratori del giornale, che scrivevano in vicentino, padovano o feltrino: la lingua delle colonie di allora, non ancora il Talian di oggi.
E oggi? L’italiano dei nuovi expat
Alla fine del 2025 gli italiani residenti all’estero erano 6.604.000 secondo l’ISTAT (dato provvisorio): 851.409 in Germania, 508.168 nel Regno Unito, 285.789 in Belgio. E chi è partito di recente parla un italiano diverso da quello dei bisnonni.
Lo mostra la linguista Margherita Di Salvo (Italiano LinguaDue, 2023), che a Londra ha intervistato gli emigrati degli anni Cinquanta e Sessanta e i nuovi arrivati dopo la crisi del 2008. I vecchi emigrati passano spesso all’inglese nel mezzo della frase: «ho fatto una vita very hard». I nuovi cambiano lingua di rado e inseriscono singole parole, soprattutto di lavoro e vita sociale: «a livello di business», «una manager e un bar tender». E ai figli passano l’italiano, non più il dialetto.
Sono soprattutto prestiti presi così come sono, la forma più leggera di contatto tra le lingue. Qualche esempio, che ti proponiamo come osservazione e non come dato di uno studio: a Londra “ho fatto il booking”, “la flat”, “devo chiamare il council”; a Bruxelles “passo alla commune”; a Berlino “ho fatto l’Anmeldung”. Anche questo ha una storia: nella lingua degli emigrati la Treccani registra nierlàsug, dal tedesco Niederlassung, il permesso di soggiorno, e baliù, dal francese banlieue, la periferia.
Le guide di Londra, Bruxelles e Berlino hanno una sezione “Parole che sentirai”, e a Bruxelles le associazioni italiane sono nella nostra directory.
Raccontaci le tue parole ibride dalla pagina Contatti, oppure crea un account gratuito e ricevi la newsletter della tua città: ci piacerebbe raccoglierle.
Non italiano sbagliato, ma monumenti viventi
Queste lingue sono state spesso trattate come italiano rovinato. Già nel 1918 Livingston rispondeva che erano il frutto dell’immaginazione di persone alle prese con problemi pratici. Nel 1997 Rando scriveva che l’italo-australiano non gode di grande prestigio, ma è «il risultato di un tentativo creativo di rilevante portata».
Giobba, sinele, laburo, ghèlla: ognuna racconta un lavoro trovato, una casa costruita, un vicino con cui farsi capire. Il Brasile ha fatto del Talian una “Referência Cultural Brasileira”, Buenos Aires festeggia il lunfardo ogni 5 settembre. Alcune sono ancora vive, altre sopravvivono in poche parole: sono monumenti dell’adattamento, e chi oggi a Londra dice “la flat” ne aggiunge un pezzo.
Per la storia dell’emigrazione in numeri c’è Dove vivono gli italiani all’estero; per la stessa storia vista dalla cucina, Le ricette “italiane” che in Italia non esistono e gli altri articoli di Cultura e curiosità.
Domande frequenti
Che lingue sono nate dall’emigrazione italiana?
Tra le più note ci sono il Talian nel sud del Brasile, l’italo-americano negli Stati Uniti, l’italo-australiano e il Cocoliche nel Río de la Plata. Il Lunfardo di Buenos Aires e Montevideo non è una lingua degli emigrati, ma un lessico con molte parole di origine italiana.
Che cos’è il Talian?
È una koinè su base veneta nata dal 1875 nelle colonie italiane del Rio Grande do Sul, in Brasile, con prestiti dal portoghese come sinele (ciabatte) o facon (machete). Dal 2014 è “Referência Cultural Brasileira”; nel 2022 era lingua co-ufficiale in almeno 20 comuni, tra cui Caxias do Sul e Bento Gonçalves.
Che differenza c’è tra Lunfardo e Cocoliche?
Il Cocoliche era la lingua mista degli immigrati italiani che parlavano spagnolo nel Río de la Plata, oggi quasi scomparsa. Il Lunfardo è un gergo di Buenos Aires e Montevideo, ancora vivo, fatto di parole di origini diverse: molte vengono dai dialetti italiani, come laburo (lavoro) e bacán (uomo ricco, dal genovese).
Che cosa vuol dire gabagool?
È il capocollo. Secondo il dizionario Merriam-Webster la parola mostra due tratti dei dialetti del Sud Italia: le consonanti sorde che si addolciscono e la vocale finale che cade. Forse viene dal napoletano capecuollo.
L’italo-australiano è un pidgin?
No, secondo gli studiosi. Un pidgin nasce tra persone senza una lingua comune e non ha parlanti nativi. L’italo-australiano è una varietà mista dell’italiano degli emigrati, con base italiana o dialettale e molte parole inglesi adattate, come ghèlla (girl) o la stritta (street).
Fonti
Pagine consultate il 12 ottobre 2026.
- Quadro generale: Treccani, Enciclopedia dell’Italiano, mondo, italiano nel/) (Patrizia Bertini Malgarini, 2011), emigrazione, italiano dell’/) e italiano come pidgin/) (Giuliano Bernini, 2010); Luca Serianni, Dopo 150 anni in Italia si parla italiano, L’Osservatore Romano (2011); Raphael Merida, recensione a P. Trifone, Pocoinchiostro, Circula (2018)
- Definizioni: Vocabolario Treccani, koinè, prestito e pidgin; Treccani, Enciclopedia dell’Italiano, prestiti/) e calchi/) (Massimo Fanfani, 2010), commutazione di codice/) (Giovanna Alfonzetti, 2010)
- Talian: Natália Brambatti Guzzo, Brazilian Veneto (Talian), Journal of the International Phonetic Association (2022); Alessandra Regina Ribeiro e Giliola Maggio, Contexto histórico da formação do Talian, Revista de Italianística (2019); Ismael Maynard Bernini, Ndemo far la Mérica, tesi UFRGS con il titolo e il certificato del 2014 (2021); Karine M. R. da Cunha, Mara F. Motin e Diego Gabardo, Vanti de Nanetto Pipetta, Revista Norte@mentos (2021); Luís Fernando Beneduzi, Conquista da terra e civilização do gentio, Anos 90 (2005); Università di Caxias do Sul, Os italianos: imigração e colonização; Università federale di Santa Maria, Talian: legislação; Presidenza della Repubblica del Brasile, Decreto 7.387/2010; Rovílio Costa, La Mèrica (2005)
- Stati Uniti: Hermann W. Haller, italoamericano/), Treccani, Enciclopedia dell’Italiano (2010); Arthur Livingston, La Merica Sanemagogna, The Romanic Review 9 (1918); H. L. Mencken, The American Language (1921); Library of Congress, The Great Arrival e A City of Villages; Merriam-Webster, capicola, agita e goombah; David Wilton, American Dialect: New York Speak, Wordorigins (2020); George Eastman Museum, Movie Actor (Attore cinematografico)
- Australia: Gaetano Rando, English loan-word and Standard Italian original in the vocabulary of Australian Italian, Te Reo 14 (1971), e La varietà australiana dell’italiano (1997, copia d’archivio); Giovanni Andreoni, Alcuni verbi dell’Australitalian, Te Reo 12 (1969); Treccani, Enciclopedia Italiana, Australia/) (1991); Senato della Repubblica, disegno di legge 1739 con il testo dell’accordo e relazione 1739-A (1951); Australian Bureau of Statistics, Cultural diversity of Australia (2022) e nati in Italia, censimento 2021; Valentina De Iacovo e John Hajek, Lexical choices and changes in Italian dining menus in Melbourne, Italiano LinguaDue (2025); Inner West Council, Little Italy
- Río de la Plata: Ángela Di Tullio, El cocoliche en cuestión, El hilo de la fábula (2019); Felisa Bermejo Calleja, Nuevas recreaciones de cocoliche (1901-1902), Artifara (2021); Giovanni Meo Zilio, El “Cocoliche” rioplatense, Boletín de Filología 16 (1964), citato da Bermejo e Di Tullio; Treccani, Cocoliche; Lía Noguera e Juan Cruz Forgnone, Juan Moreira (1886), Teatro XXI (2018); Daniela Soledad Gonzalez, El lunfardo: ¿un habla de delincuentes que quedó en el pasado?, Revista de Filología y Lingüística (2016); Javier Simón Casas, Algunos italianismos en el lunfardo, ELUA 7 (1991); Joanna Nowak, Lunfardo lexical units related to legal matters, Comparative Legilinguistics (2010); Rolf Kailuweit, La spirale de la médiatisation… du lunfardo (2016); Real Academia Española, Diccionario de la lengua española, laburo, mina, mufa e cocoliche; Dirección General de Estadística y Censos di Buenos Aires, El aporte de la migración internacional (2011) e Il censimento del 1904 (2007); Turismo Buenos Aires, La Boca; Città di Buenos Aires, El Día del Lunfardo (2014); UNESCO, Tango
- Nuovi expat: Margherita Di Salvo, Parallelismi e discontinuità in due contesti anglofoni, Italiano LinguaDue (2023); Margherita Di Salvo e Sara Matrisciano, Linguistic insecurity and code-switching. Old and new emigrants, Lingua e Stile (2021); ISTAT, Gli italiani residenti all’estero, anni 2025 (2026)
- Foto: Wikimedia Commons (crediti nelle didascalie).
Ultimo aggiornamento: ottobre 2026
Altri articoli del Magazine

Storia e comunità
Little Italy nel mondo: quante sono, dove si trovano e chi ci vive oggi
Nessuno le ha contate davvero: il nome Little Italy nasce a New York negli anni 1880. Dove sono, da Mulberry Street a Clerkenwell, e…
Leggi l'articolo

Storia e comunità
Dove vivono gli italiani all’estero? I Paesi e le città con più italiani
Gli italiani all'estero sono circa 6,6 milioni: Argentina, Germania e Brasile in testa, Londra il consolato più grande. Paesi e città con i numeri…
Leggi l'articolo

Soldi e lavoro
Regime impatriati: chi può tornare in Italia pagando meno tasse e come funziona
Chi rientra dopo 3 anni all'estero (6-7 con lo stesso datore) e ha un'alta qualifica paga l'IRPEF sul 50% del reddito di lavoro (40%…
Leggi l'articolo